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Il ruolo sociale delle società di mutuo soccorso

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Intervento di Mario Giaccone, vicepresidente Fondazione Cesare Pozzo, alla Giornata di studio della mutualità il 21 ottobre 2018 a Monselice, convegno "Cosa facciamo da grandi?", in occasione del 150 anni della Società operaia di Mutuo Soccorso di Monselice

Il ruolo sociale delle società di mutuo soccorso

Introduzione

Ringrazio dell’invito a questo evento della SOMS di Monselice. I suoi 150 sono un fatto straordinario in una terra di confine fra la subcultura bianca del Veneto centrale e la subcultura rossa del Polesine. Questo mi permette di fare alcune riflessioni sul rapporto fra logiche solidaristiche e strutture sociali, in particolare con riferimento al cosiddetto “modello veneto”.  

Nella mia relazione mi propongo due obiettivi: il primo è comprendere la straordinarietà dei 150 anni della SOMS di Monselice, inquadrandola nella società veneta e nel quadro istituzionale italiano, il secondo è proporre una prospettiva per l’azione del mutuo soccorso su scala nazionale.

Nel far questo, mi muoverò nella mia riflessione sulle strutture sociali lungo la freccia della storia, come ha fatto prima di me Stefano Maggi, individuando tre snodi chiave: il retroterra sociale e i modelli di società nella fase di nascita e diffusione delle Soms, e cioè una società agricola di industrializzazione nascente; l’affermazione della società industriale di massa in Italia nel secolo scorso, dando luogo a una specifica forma del compromesso keynesiano-fordista; infine quale potrà essere la società che si sta profilando per i prossimi decenni.

Parto da una premessa che ritengo fondamentale sulla matrice organizzativa fondamentale delle società di mutuo soccorso e delle loro logiche di azione che permane ancora forte oggi. Le SMS sono prima di tutto associazioni, quindi una forma di organizzazione sociale, che svolgono un’attività avente contenuto economico quale è la gestione del rischio maneggiando denaro a beneficio dei soci e dei loro famigliari, in particolare a fronte di eventi che l’esperienza faceva vivere come catastrofici, in particolare quelli legati alla salute. Questo avveniva, e avviene, secondo logiche diverse rispetto alle organizzazioni che gestiscono i rischi secondo una logica economica, e cioè le assicurazioni, le quali gestiscono il rischio raccogliendo e analizzando informazioni, e discriminando le persone e gli eventi in base alle classi di rischio: questo fa delle assicurazioni un soggetto finanziario ancora più raffinato della banca per l’ampiezza delle situazioni e dell’orizzonte temporale considerato. Viceversa, nelle SOMS l’azione economica viene governata inseparabilmente dall’azione sociale, in quando il principio fondante della solidarietà non è mai disgiunto da quello della fiducia “ben riposta”: il che richiede da parte dei soci conoscenza in senso lato, e cioè istruzione, conoscenza delle persone e conoscenze tecnico-specialistiche per prendere le decisioni, e il rispetto di regole e comportamenti moralmente e socialmente corretti, come ad esempio le clausole in materia di ubriachezza o risse che non danno luogo al riconoscimento dei sussidi di cui abbondano gli statuti.

Il retroterra alla nascita

Com’è noto, possiamo ritrovare questo nesso fra solidarietà e fiducia “ben riposta” ben prima dell’emergere della società industriale, ma sono la forma organizzativa su cui si sono imperniati i liberi comuni dell’Italia medievale, alla base di quelle “tradizioni civiche” individuate da un grande studioso come Putnam come la risorsa chiave che, mantenutasi e non aggredita dal tempo, è alla base delle divergenze nello sviluppo dell’Italia unita e su cui si è sviluppato l’occidente capitalistico. Chiamate corporazioni in Italia o gilde nel Nord Europa, si trattava in primo luogo associazioni solidaristiche, tipicamente di mestiere, per fronteggiare rischi catastrofici, soggetti regolatori del mercato del lavoro in quanto davano la qualifica di maestro artigiano a chi dimostrava di aver acquisito l’arte, e che si sono presto trasformate in soggetti politici diventando soggetti di rappresentanza politica. In paesi come la Germania non sono mai scomparse e svolgono un ruolo cruciale nella riproduzione delle professioni artigiane, dando un contributo decisivo alla potenza economica tedesca. Senza tema di esagerare, possiamo dire che la corporazione è stato un soggetto promotore di istituzioni democratiche.

Questo carattere di mestiere lo ritroviamo nella nascita delle SOMS. In quanto associazione, le SOMS introdussero un legame sociale di natura specifica rispetto ai rischi sociali generati dalla rivoluzione industriale e furono una risposta intenzionale di un contesto tipicamente ma non esclusivamente urbano, promosso tipicamente ma non esclusivamente da lavoratori in possesso di un mestiere  per i quali le risorse solidaristiche della famiglia e delle istituzioni di beneficienza laiche ed ecclesiastiche erano inadeguate a fronte dei rischi generati dalle lacerazioni e dai cambiamenti in atto: nel primo ambito perché l’assenza o insufficienza di terre di proprietà o prese in conduzione non assicurava la sussistenza in caso di eventi imprevisti, nel secondo perché la beneficienza interveniva dopo, a catastrofe avvenuta e consumata.

Nella ricerca di sicurezza in tempi incerti, la sopravvivenza di attività agricola, anche negli interstizi delle metropoli, era una sorta di autoassicurazione per chi non era operaio di mestiere o artigiano: ma era una risorsa a cui non tutti avevano accesso. Nelle aree urbane, gli operai di mestiere e gli artigiani avevano una certa continuità di lavoro e quindi di reddito per le loro famiglie: per loro era la salute il problema chiave.

Queste cose sono ben note. Ma proviamo a calarle nella realtà veneta, dove la famiglia era un’istituzione molto più strutturata e potente in un contesto regolativo altamente destrutturato: il contratto di mezzadria era annuale e sulla parola, a differenza della Toscana ad esempio, mentre il collante e la dimensione della famiglia allargata erano decisive per accedere a fondi migliori e più grandi. La capacità di fronteggiare i grandi rischi in forma solidaristica era pertanto internalizzata nella logica del clan della famiglia allargata, che ritroviamo alla base del miracolo economico del nordest e come regola di governo delle imprese: in questa struttura così ampia l’inabilità al lavoro per malattia di un membro, come si è detto, era assorbita dalla capacità lavorativa degli altri membri, in grado di assicurare la sussistenza per tutti i membri. Appare evidente come la solidarietà al di fuori della famiglia era residuale e delegata ad istituzioni specializzate per chi ne stava fuori, in primis la Chiesa, intervenendo ex post

Al contrario, nelle altre regioni del centro-nord la scelta individuale in materia di autotutela e solidarietà era decisiva perché c’era una probabilità ragionevole di poterne beneficiare. Se confronto il contesto veneto, dove abbiamo una trentina di SOMS attive, con la mia zona d’origine, la provincia di Alessandria, che annovera almeno un centinaio di SOMS anche di contadini pur essendo di dimensioni molto più ridotte ed è stata a lungo un’area prevalentemente rurale, si può identificare nelle caratteristiche della famiglia la variabile chiave per spiegare questa diversità di comportamenti nella protezione sociale: se non era raro sentire di famiglie contadine venete fra le due guerre con almeno 5-6 figli, e punte oltre i 10, e famiglie allargate con 60-70 membri sotto lo stesso tetto, in Piemonte le famiglie dei piccoli proprietari (“i particolari” come diciamo in dialetto) a conduzione diretta contavano di norma 2-3 figli, mentre quelle con 5-6 rappresentavano le anomalie. La vita sociale dei paesi dava uno spazio significativo a circoli, associazioni e società di mutuo soccorso, anche a prescindere dalla vicinanza alle aree industrializzate.

Questo per non parlare delle città industriali grandi e piccole, dove il bisogno di aggregazione, costruzione di identità collettiva e di protezione sociale erano talmente forti da far risorgere in pochi decenni le associazioni solidaristiche abolite in gran parte d’Europa dai governi borghesi.

Mutuo soccorso e Welfare state nella società industriale

Vengo ora alla solidarietà nella società dell’industria di massa, in cui gran parte di noi è cresciuto, limitandomi a due riflessioni.

Innanzi tutto, anche l’evoluzione delle organizzazioni solidaristiche su base associativa appare governata dalla specializzazione e dalla divisione del lavoro espressione della rivoluzione industriale, e che ad essa sopravvive: per questo il mutuo soccorso ha sì incubato al loro interno forme di rappresentanza sindacale, politica e di attività imprenditoriale, oltre che di gestione del tempo libero, ma queste non sono rimaste al suo interno come nella corporazione medievale e si sono presto distaccate ed autonomizzate, fino a diventare delle popolazioni organizzative peculiari – i sindacati confederali, i partiti di massa, le cooperative che nelle loro nozione estesa includono le banche popolari e le casse rurali e artigiane ad esempio – tutte fondate su un principio democratico e sulle persone, non sui capitali apportati.

Parallelamente all’emergere di un argine solidaristico al libero mercato, è emerso il ruolo dello stato non più solo “minimo” e “regolatore”, ma interventista nel senso di regolatore delle protezioni sociali ed erogatore di servizi di pubblica utilità e di solidarietà a causa dei fallimenti del mercato, ben illustrato da Polanyi: in Italia fu un processo particolarmente vivace a livello locale, il cosiddetto “socialismo municipale” con una forte interazione con le diverse forme organizzative nate dal mutuo soccorso. In gran parte d’Europa e negli USA, accanto all’intervento pubblico in qualità di regolatore e di produttore, una parte di queste market failures erano state occupate dalle cooperative e dalle mutue assicuratrici, strutturando una società civile forte, dove il bilanciamento dei poteri nella sfera pubblica fra imprese profit e organizzazioni a statuto democratico hanno consentito un avanzamento della democrazia con crescenti iniezioni di socialismo sotto forma di riduzione delle diseguaglianze, come evidenziato da Schumpeter: una nozione, quella di società civile, introdotta da Benedetto Croce ma diventata famosa con l’elaborazione di Gramsci.

L’Italia rappresenta una peculiarità, come siamo abituati a pensare, dove il ritardo non è solo nell’industrializzazione ma anche nella strutturazione di questa società civile urbana, a cui concorrono altri fattori istituzionali e sociali che qui tralascio: SOMS e cooperative, anche nel credito, erano soggetti forti ma solo in determinati territori, ma la domanda di protezione dal rischio era particolarmente modesta, fatto tipico di una società rurale di sussistenza con un forte ruolo della famiglia-clan, pertanto non era emersa una market failure altrove coperta dalla mutualità, tanto associativa quanto assicurativa. Questo vuole anche dire che in ampie zone d’Italia non si era radicata una cultura della solidarietà responsabile e della necessità di proteggersi dai grandi rischi che travalicasse il perimetro della famiglia, magari allargata.

Pertanto, quando con il fascismo si diffondono forme di mutualità obbligatoria per il lavoro organizzato, il consenso alla protezione sociale non è frutto da una transizione da una scelta diffusa di responsabilità a una protezione universale, frutto di una scelta collettiva, che vede come una conquista il fatto che il “soldino” non viene più (o più soltanto) messo nella società di mutuo soccorso ma va nelle casse dello Stato per proteggere tutti, ma rimane nel solco della elargizione non più delle beneficienza privata o ecclesiastica ma statale, della mutua come privilegio e cosa di cui approfittare. Non a caso, nel panorama europeo non si trova un analogo squilibrio storico in favore dello stato nelle forme di previdenza ed assistenza sociale: l’intervento pubblico in Italia deve privilegiare le cose più urgenti, la mutualizzazione dei grandi rischi dell’inabilità al lavoro (vecchiaia inclusa) e della malattia – le libertà negative - rispetto alle libertà positive della formazione, dell’inclusione dei soggetti svantaggiati, e della vecchiaia delle relative cure come questione privata della famiglia.

Questo fa emergere il nodo cruciale della società civile italiana, dove il “capitale sociale” è frutto di tradizioni civiche sedimentatisi in quasi un millennio di storia, come dice Putnam, con il contributo decisivo, aggiungiamo come studiosi facenti parte del mutuo soccorso, della solidarietà associativa, ma che viene visto da tutte le politiche di sviluppo come un “processo spontaneo”: ed è lo spontaneismo la sigla sotto cui il Censis, a differenza di Bagnasco e Trigilia ad esempio, si spiega la straordinaria performance economica dell’economia periferica della “Terza Italia”. I partiti di massa si erano dati un’importante missione civica nel secondo dopoguerra, ma polarizzando la società italiana sotto la loro egida, tant’è che alla loro scomparsa non è rimasto nulla: le società di mutuo soccorso sono state tenute ai margini di un processo che passava per la decisione politica perché lo stato sociale era visto come elargizione e non conquista, tant’è che di fronte al ritiro dello Stato dal welfare state hanno potuto oggettivamente fare ben poco, per la radicata convinzione che fossero una popolazione organizzativa arcaica ed obsoleta, sopravanzata da altre popolazioni organizzative più efficienti, strutturate come società di capitali.

La situazione odierna, all'alba della società informatica

Oggi ci troviamo a un deciso cambio di paradigma: sociale, produttivo e territoriale. La rivoluzione informatica ha congiunto i vari punti dell’innovazione puntuale degli scorsi 60 anni, portandoci verso una interazioni sempre più virtuali e beni sempre più immateriali: ma questo era già immaginato dai mitici laboratori Bell nel 1960, dove la sola inesattezza nello scenario era il medium, non il terminale di un megacomputer (”il cervellone”) ma il telefono portatile. L’economia di piattaforma, nota anche come share economy o gig economy, sta generando nuove servitù con l’obbligo di essere sempre a disposizione alla chiamata, pena la retrocessione da parte dell’algoritmo, se si pensa a cosa vuol dire lavorare per Uber o per Foodora: è questo un primo tratto di ritorno alla relazione feudale, ben più potente e sostanziale della logica di clan della fase cosiddetta “postfordista”, simboleggiata dal modello giapponese e da quello veneto. Ma sta avanzando, portata avanti dal californian consensus, l’ideologia anarco-liberista che permea la gig economy, una diversa nozione di lavoro comandato: dove il comando, e la relativa estrazione del plusvalore, non è più legittimato dall’acquisto in anticipo dei servizi del fattore lavoro (o lavoro vivo, direbbe Marx) ma da una relazione di dipendenza tout court dalla piattaforma, che remunera ex post a prestazione, la cui arma per trattenere le persone è il timore del downgrade e dell’esclusione. Non sto ad addentrarmi al dibattito, ricchissimo e interessantissimo, che ha portato all’avanzare di giurisprudenza contraria in giro per Europa e USA.

Quello che oggi è certo è che il lavoro è sempre più incerto e disperso, tanto che le grandi organizzazioni erogatrici di servizi spingono per il telelavoro ed esplode il lavoro mobile: ma la dispersione ha prodotto solo solitudine e disgregazione sociale. In questa trasformazione epocale, acquisisce pieno senso il concetto di salute promosso dalla OMS intesa non più come “assenza di malattia”, ma come “stato di benessere”, di fronte all’esplosione della depressione e delle malattie mentali frutto del progressivo smantellamento del welfare state nel quale siamo cresciuti. Ma al tempo stesso, dalla padronanza delle tecnologie informatiche applicate ai mestieri e alle professioni tradizionali, manuali ed intellettuali, sta emergendo un nuovo artigianalesimo che si prevede genererà migliaia di nuove professioni ad oggi sconosciute in pochissimi anni: una polarizzazione del modo di lavorare fra “corrosione del carattere” e “l’artigiano” a tutto tondo, per adottare i titoli originari di quello che probabilmente è oggi il lettore più compiuto e coerente della trasformazione in corso del lavoro, Richard Sennet. Dispersione e precarizzazione sono l’“uovo del serpente” della nostra epoca, a dirla con un film di Bergman, purtroppo poco apprezzato, sulla nascita del nazismo.

Spesso il neo-artigiano può vivere una situazione di dipendenza dalla piattaforma, che costituisce anche per lui – non solo per il tassista o il food deliverer – il principale datore di lavoro o committente. Tanto il neo-artigiano quanto il neo-servo lavorano in linea di principio da soli, ma entrambi hanno bisogno di luoghi di incontro e di ritrovo, non nel tempo libero ma per sviluppare il loro lavoro: non a caso hanno un successo enorme gli spazi di coworking, specie nelle grandi città, dove affittare una scrivania non serve per la postazione informatica connessa, garantita dalle tecnologie mobili, ma per le opportunità di incontro e di scambio con persone simili come condizioni professionali e diversi per competenze e settori di lavoro, fino alla creazione – così vuole una certa retorica –di un cloud imprenditoriale, che altro non è che un nuovo modo per dire distretto industriale o nascita di nuove intraprese più o meno liquide da collaborazioni più o meno occasionali.

Segnali di reazione: rifondare la solidarietà

Allora ecco che lo spazio condiviso è il luogo in cui è possibile costruire relazioni stabili, lavorativamente e socialmente parlando, ricostruire uno spazio di aggregazione, al quale accedere a pagamento, cosa che per noi, abituati a considerare il fatto sociale come tempo per sé, costituisce un’aberrazione figlia dell’attuale disgregazione sociale. Questa funzione oggi viene svolta, in qualche caso, dalle associazioni di rappresentanza della piccolissima impresa, come gli artigiani, dove dal confronto fra soggetti eterogenei nasce una nuova forma di solidarietà, non più di tipo meccanico fra eguali come era stata con le prime SOMS di mestiere prima e con le organizzazioni di classe poi, né di tipo organico, derivante da una scelta intenzionale di essere solidali come valore personale, come nello scorcio finale del secolo scorso dopo la sconfitta fra fine anni’70 e primi anni ’80 ben colta fra i soci della “Cesare Pozzo” da Draghi e Natale, ma solidarietà riflessiva fra diversi, fra persone professionisti e imprenditori in bilico fra autorealizzazione neo-artigiana e dipendenza neofeudale, che dal confronto fra le diverse esperienze apprendono e si scambiano soluzioni e creando occasioni. 

Non dimentichiamoci che siamo nella società della specializzazione, ma al tempo stesso è anche società della contaminazione. Non solo dal punto di vista etnico, suscitando l’orrore di chi in nome della purezza agita i fantasmi di un passato totalitario e totalizzante, ma soprattutto culturale e professionale. Le associazioni di rappresentanza degli interessi possono incorporare logiche solidaristiche nella loro azione e nella loro identità, emergono luoghi di contaminazione professionale ed educativa come i fablab, dove detentori di vecchi e nuovi specialismi scuola e lavoro possono trovare un terreno di ricomposizione di un conflitto sempre più distruttivo, il crowdsourcing diventa un modo per sostenere forme di solidarietà come abbiamo visto a Lodi e Riace.

Risorse e opportunità del mutuo soccorso

Anche le SMS possono già da oggi offrire la loro forma di contaminazione. La loro attività storicamente consolidata è la salute: ma come ripercorso oggi, “salute” non è assenza di malattia, è stato di benessere della persona, uomo e donna, nella sua dimensione bio-psico-sociale, e che va supportata in tutte queste tre dimensioni. La forza del mutuo soccorso è che, al di fuori del complesso e pertanto burocratizzato mondo a compartimenti stagni della sanità pubblica, è l’unico soggetto che può dare risposta alle persone su tutte e tre le dimensioni: e questo è nel suo imprinting genetico, che ogni SOMS, a seconda della sua dimensione e storia, ha declinato in forme sue particolari. Mi preme sottolineare questo fatto, perché di questa sua eccezionalità non ne è ancora consapevole, pur praticandola quotidianamente.

A questo scopo mi basta fare l’esempio della Cesare Pozzo, che si fregia di essere una SMS Nazionale, e pertanto ha particolari difficoltà a percepire la propria dimensione intrinsecamente sociale: il 15% delle prestazioni erogate sono esplicitamente di carattere sociale, quale indennizzo alla madre che si assenta dal lavoro per malattia del figlio e come sussidio allo studio; nel campo delle risorse non restituite ai soci sotto forma di rimborso ci sono le attività di diffusione e conoscenza di fenomeni con serie ricadute sulla salute, come il bullismo e l’invecchiamento attivo sul lavoro, la partecipazione a progetti di welfare di comunità, incluso il sostegno ad associazioni come l’AISM e la Fondazione Welfare Ambrosiano, e il mantenimento di un sistema di partecipazione democratica alla gestione del nostro sodalizio. Bastano questi due conti per stimare che almeno un quarto delle quote associative versate sono destinate alla rigenerazione sociale: questo ci fa ritenere che il modello della mutua che vuole competere sul piano delle prestazioni con le assicurazioni sanitarie è non solo perdente in partenza sul piano dell’efficienza e delle dimensioni, ma soprattutto suicida perché nega la nostra intima natura anfibia. 

In questa natura anfibia sta l’attualità delle SOMS, soggetti sociali in quanto associazioni e al tempo stesso operatori economici, con una duplice specializzazione dalla cui interazione possono nascere soluzioni innovative di protezione sociale attraverso la ricostruzione e rigenerazione di legami sociali: per trovarle e sperimentarle dobbiamo liberarci una volta per tutte della nozione di “mutua” figlia della storia nel nostro stato sociale, intesa come protezione anche deresponsabilizzante di cui profitar, e che ci viene riproposta da assicurazioni e taluni esponenti imprenditoriali come modello per il superamento del sistema sanitario nazionale universale.

Oggi si apre per noi un mondo di ricerca e sperimentazione, secondo strategie diverse fra SMS grandi e piccole.

Per le piccole SMS il sociale è agire nel territorio lungo due dimensioni: sul piano del welfare socio-sanitario vuol dire confrontarsi con le associazioni che intercettano le diverse situazioni di vulnerabilità sociale e di rischio per la salute, ma che non sempre e non necessariamente sono colte dalle fonti ufficiali né interagiscono con le amministrazioni locali nel dare risposta, recuperando “l’esperienza del bisogno inespresso” detenuta da chi opera sul territorio, censendo e coinvolgendo quei soggetti - anche piccole associazioni - che intercettano le diverse manifestazioni di bisogno sociale con la loro sia pur modesta offerta, secondo l’insegnamento di Ivar Oddone, e che possono avere nella SMS un coordinatore-collettore delle risorse in grado di dare la giusta rilevanza ai diversi bisogni, liberando il welfare pubblico dal potere delle minoranze urlanti. Ma le piccole SMS sono spesso anche delle bellissime sedi storiche, sottoutilizzate, che possono offrire spazio di ritrovo a quei professionisti indipendenti operanti nelle nuove e vecchie professioni, a partire dagli avvocati, che per il modesto giro d’affari non possono permettersi uno studio autonomo né ce la fanno a continuare a lavorare sul tavolo della cucina di casa: potrebbero diventare luoghi di coworking sociale, punti di aggregazione di competenze professionali specialistiche per centri importanti ma non interessanti  per spazi profit, come Monselice, mentre darebbero linfa vitale a quei piccoli paesi o frazioni che altrimenti verrebbero condannati alla desertificazione sociale. Quest’ultimo aspetto appare al centro della riflessione di uno studio in corso sul mutuo soccorso in Piemonte a cui Daniele Viotti fa riferimento nel suo intervento.

Le grandi SMS, che intercettano comunque una frazione della sanità integrativa, non possono certo agire come organizzatrici sul territorio, ma offrire supporto valorizzando il proprio know-how gestionale favorendo l’azione delle piccole, preesistenti o meno, che diverrebbero “mutue di comunità”, attraverso l’istituto della mutualità mediata. Ma possono anche agire a livello nazionale promuovendo attività mutualistiche non solo in collaborazione con i fondi sanitari contrattuali, abbagliati dalle proposte delle assicurazioni salvo poi ricredersi, in favore del lavoro dipendente, e soprattutto in favore del lavoro disperso per il quale “protezione sociale” non è tanto avere una prestazione sanitaria aggiuntiva, ma non dovere attendere mesi prima di vedere i quattro soldi del proprio lavoro, non doversi sobbarcare in prima persona l’espletamento delle pratiche amministrative e tributarie, accedere accesso a opportunità di lavoro anche via banche dati di specialisti.

Ad esempio, in Belgio si è affermata SMART (Societè Mutuelle des Artistes) che oggi opera come una grande cooperativa di servizi ai propri soci nella sfera lavorativa, con oltre 120000 soci in 12 paesi europei fra cui l’Italia, dove ha al momento circa 1300 soci: ma potrebbero trovare spazio forme mutualistiche più mirate e vicine alla nostra tradizione socio-sanitaria, come nell’area della maternità e della long-term care, combinando supporto economico e aiuto personale.

Va aggiunto come perfino il mettere su famiglia e avere figli sono diventati un rischio sociali di tipo catastrofico: il tasso di separazioni e divorzi è talmente elevato che una separazione farebbe precipitare una coppia in una situazione decorosa in due persone in povertà, la nascita di un figlio compromette la carriera lavorativa della donna, specie se è una lavoratrice indipendente, perché star fuori per sei mesi dal mercato del lavoro e in modo discontinuo fino ai due anni del figlio comprometterebbe il suo futuro lavorativo. Il fatto che le forme “naturali” di solidarietà, come la famiglia, siano diventate un rischio, la dice lunga sul livello di disgregazione sociale e individualismo a cui siamo giunti!

Se le grandi SMS possono proporsi come infrastruttura, sono le piccole SMS, esistenti e a venire, che in un mondo così ricco di declinazioni e specificità locali come l’Italia a giocare un ruolo decisivo per il rilancio del mutuo soccorso. Un valore che ritornerà attuale se abbiamo ancora a cuore la nostra dignità personale, soprattutto nei piccoli centri, dove possono ritornare luoghi di condivisione, scambio, ricostruzione di una comunità in una società popolata di solitudini. Non è una sfida semplice perché la logica atomistica e individualistica dei mercati è penetrata dentro di noi in profondità e in un tempo spaventosamente breve, esponendoci a ogni sorta di insicurezze e riempendoci di paure man mano che svuotava le nostre identità. Ma per la grandezza della sfida e l’ampiezza dei rischi per la salute e la dignità umana, fra un ritorno a condizioni socio-lavorative servili di una società neofeudale e l’aspirazione a una realizzazione professionale e sociale promuovendo reinventando forme di aggregazione solidaristica, il mutuo soccorso non può sottrarsi a dare il proprio contributo.